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23 maggio 2017: sono passati già venticinque anni dall’attentato che nel 1992 portò alla morte di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e di molti agenti della scorta loro assegnata. I chili di tritolo, piazzati lungo l’autostrada all’altezza dello svincolo per Capaci non lasciarono scampo a Falcone: magistrato che, con il coraggio di chi conscio del pericolo cui sarebbe incorso, proprio in quegli anni, scavando nei vissuti della mafia per portare alla luce la verità e combattere un’organizzazione così ben radicata nella nostra Isola da macchiarne quasi indisturbatamente col sangue le strade e il territorio, continuava a portare alto il vessillo della legalità, consapevole del proprio dovere di cittadino e uomo di legge. Ma anche che, probabilmente, avrebbe pagato con la vita la propria missione contro i clan: e nonostante questo, mai prese le distanze dalla prima linea.

Un’impronta, la sua, ben evidente in una Palermo che alla notizia della sua morte restò sgomenta, ribellandosi allo status quo della mafia: la rivolta dei cittadini che, il giorno dei funerali del magistrato, assalì letteralmente la cattedrale per porgere l’estremo saluto ad un uomo che all’antimafia ha donato la propria esistenza.

Il suo lavoro, gli anni trascorsi a svelare i processi mafiosi, ma con estrema attenzione anche per la psicologia degli uomini d’onore con i loro rituali e le loro regole, ci ha lasciato un’enorme eredità, così come esemplari sono state le sue battaglie in nome della legalità e del rispetto di quelle leggi che i clan disprezzavano, martoriando specialmente in quegli anni il territorio siciliano e riducendolo ad una specie di scenario da far west, costellato di cadaveri e di improvvise sparizioni.

Ancora oggi la mafia rappresenta un enorme problema all’interno del nostro territorio, anche se uccide meno che in passato e ha decisamente abbassato i toni rispetto agli anni in cui le esecuzioni, anche degli uomini di legge, erano all’ordine del giorno. Resta comunque come una piovra che allunga i propri tentacoli depredando le ricchezze di un’isola, la Sicilia, che sotto i colpi della corruzione, dell’usura, del narcotraffico e dell’illegalità, annaspa tentando di riemergere dall’abisso dell’illegalità, spinta dal desiderio di riguadagnare ciò che la mafia le ha tolto.

Resta grande l’esempio del giudice che non si è risparmiato nella sua battaglia: per tutti noi, rappresentanti della cittadinanza e delle associazioni antiusura e antiracket, chiamati a far qualcosa e a contribuire affinché la cultura dell’illegalità trovi sempre maggiori difficoltà a radicarsi nella società civile.

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