Strage-di-Ciaculli

Fonte: http://www.vistosulweb.com/ciaculli-e-la-prima-guerra-di-mafia/#V0B5YkG6FPVKYC5J.01

30 giugno 1973: a Ciaculli, borgata palermitana a sud-est della città, perdono la vita sette uomini appartenenti alle Forze dell’Ordine e all’Esercito, accorsi a disinnescare un’autobomba.
È l’eclatante finale della Prima guerra di mafia scatenata dal “cobra” Michele Cavataio, capo della cosca di Acquasanta, come appurato anni dopo grazie alle testimonianze di vari pentiti e in particolare di Tommaso Buscetta.
L’intenzione di Cavataio e dei suoi alleati (Salvatore Manno, Mariano Troia e Antonino Matranga, capi delle cosche di Boccadifalco, San Lorenzo e Resuttana) era quella di frenare la spregiudicata ascesa dei fratelli Angelo e Salvatore La Barbera, rispettivamente capocosca e capomandamento di Palermo Centro, all’interno della “Commissione” (nata pochi anni prima in accordo con la Cosa Nostra statunitense).
Nel dicembre ’62, approfittando della rivalità tra la cosca di Porta Nuova (alleata dei La Barbera) e quella della Noce, capeggiata da Calcedonio Di Pisa, il Cobra uccide Di Pisa, facendo ricadere sui La Barbera la responsabilità dell’omicidio: la strategia di Cavataio ha inizialmente successo, tanto che a gennaio la Commissione guidata da “Cicchiteddu” (Salvatore Greco, capomafia di Ciaculli) decide di eliminare Salvatore La Barbera. Anche Angelo La Barbera venne preso di mira ma sopravvisse a due attentati, venendo arrestato dopo il secondo (verrà ucciso in carcere nel ’75).
Dopo una lunga serie di omicidi durante tutta la prima metà del ’63, si arriva all’autobomba piazzata a Ciaculli, la zona di Cicchiteddu. A seguito di una telefonata anonima, una pattuglia di Carabinieri e un sottufficiale di Polizia trovano una Giulietta con le portiere aperte e chiamano una squadra di artificieri: tagliata la miccia all’interno, l’artificiere dà il cessato allarme, non sospettando di un secondo innesco nel bagagliaio.
L’esplosione causa sette vittime. I carabinieri: tenente Mario Malausa, maresciallo Calogero Vaccaro, appuntati Eugenio Altomare e Marino Fardelli; il maresciallo di Pubblica Sicurezza Silvio Corrao; il maresciallo dell’Esercito Pasquale Nuccio; il soldato Giorgio Ciacci.
La vicenda provocò dapprima una forte reazione dello Stato a Cosa Nostra, con oltre 2000 arresti, ma nel cosiddetto “processo dei 114” i soli Angelo La Barbera e Pietro Torretta, capocosca della borgata di Uditore, scontarono pene pesanti (anche Buscetta e Salvatore Greco furono condannati a 10 anni, ma si diedero alla latitanza). Tutti gli altri protagonisti ebbero pene minori, già scontate nella detenzione pre-processuale: ai tempi, il pur bravissimo giudice istruttore Cesare Terranova non aveva ancora né mezzi né facoltà sufficienti a comprendere appieno la struttura della mafia siciliana. Mezzi e possibilità di capire cosa era realmente avvenuto li aveva invece proprio Cosa Nostra che, riorganizzata la Commissione, non tardò molto a punire il Cobra. Michele Cavataio verrà trucidato nella “strage di Via Lazio”, l’anno dopo il processo di Catanzaro, per mano degli spietati killer di un mandamento emergente: i corleonesi.

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