borsellino

enticinque anni fa veniva ucciso il magistrato Paolo Borsellino: mentre si avviava a suonare il citofono di via D’Amelio, in visita alla madre, furono fatti detonare ordigni piazzati ad hoc in un’auto, che massacrarono con violenza inaudita lui e cinque uomini della sua scorta. Morte decretata sempre da quel “consiglio regionale” che pochi mesi prima aveva sventrato l’autostrada in direzione Capaci uccidendo il magistrato Falcone.

Borsellino aveva infatti da poco salutato per sempre l’amico e collega con cui aveva condiviso indagini e inchieste, confessioni e segreti dei clan, l’esperienza nel pool antimafia e il maxi-processo; la consapevolezza che presto sarebbe toccato a lui, che non avrebbe avuto scampo a causa di quello che sapeva e di quello che rappresentava, a causa dell’aperta lotta ingaggiata contro Cosa Nostra, diventava sempre più concreta. Ma il suo dovere di uomo di legge, così come di cittadino siciliano, non venne mai meno. Fino alla fine svolse il proprio lavoro, guidato dalla volontà di restituire alla sua terra il rispetto per il valore della legalità di cui era stata deprivata.

Morti eclatanti, che mostrassero chi comandava davvero in Sicilia: non esecuzioni come lo erano state quelle di Mattarella, di Dalla Chiesa, di Chinnici e della lunga lista di nomi scomodi per Cosa Nostra, il cui sangue ha irrorato le strade di Palermo e dell’Isola intera. Per i due magistrati, rappresentanti di un’antimafia che stava diventando troppo pericolosa per essere ancora tollerata all’interno del regno di terrore e di omertà che la criminalità organizzata aveva instaurato in quegli anni, è stata scelta una morte spettacolare, che generò sicuramente rumore, ma in maniera inaspettata per chi emise l’ordine esecutivo: se infatti con ciò si voleva mettere a tacere la magistratura, ristabilendo il regime omertoso, in realtà si finì col risvegliare tanto lo Stato quanto la pubblica opinione affinché portassero avanti la guerra già intrapresa.

L’associazione Obiettivo Legalità ricorda oggi il sacrificio del magistrato e dei suoi agenti di scorta, uccisi venticinque anni fa in maniera tanto cruda quanto efferata secondo il piano criminale di coloro che avevano deciso che l’omicidio, tanto il suo quanto quello di Falcone, doveva essere portato a termine in maniera esemplare.

L’esempio è stato infatti ricevuto, chiaro alle coscienze di tutti: di chi il 25 maggio 1992 irrompeva nella cattedrale di Palermo, di chi gridava “questo è il nostro funerale”, di chi un paio di mesi dopo alle celebrazioni della scorta di Borsellino gridava “fuori la mafia dallo Stato”, di chi insomma si era stancato di vivere nell’ombra della paura che già la sola parola “mafia” generava in coloro che nemmeno osavano pronunciarla.

L’antimafia ieri, di uomini che lottavano contro le forze spropositate di Cosa Nostra, troppo spesso abbandonati nella solitudine di una battaglia titanica; l’antimafia oggi, fatta anch’essa di magistrati, di investigatori, di Autorità che tutti i giorni lottano in prima linea per assicurare alla Giustizia i vari boss e i vari affiliati, ma fatta anche di associazioni antiracket e antiusura e a tutela dei diritti del cittadino e della legalità, che nascendo dalla società civile e traendo la propria linfa vitale proprio da quel risveglio di coscienze e dall’esempio di chi ha sacrificato sé stesso senza mai venir meno ai propri doveri, portano avanti anch’esse la guerra alle organizzazioni criminali che ha preso avvio nel corso della storia e che, purtroppo, ancora oggi è chiamata a combattere le sue battaglie per tenere alto il vessillo della legalità.

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